Grazie...

... a quelli che partono con la voglia di stare, a quelli che vivono il Vangelo prima di predicarlo,
a quelli che non smetteranno mai di sognare, a quelli che l'Amore è solo con la maiuscola,
a quelli che si accettano come sono, a quelli che piangono ad ogni partenza,
a quelli che Africa e Gioia si confondono ogni giorno, a quelli che vivono di emozioni,
a quelli che non smettono di camminare, a quelli che non si abbandonano mai,
a quelli che pregano, a quelli che sul piedistallo non ci vogliono stare, a quelli che Dio non è morto,
a quelli che si vive anche senza moda, a quelli che pensano con il cuore,
a quelli che non scelgono per comodità, a quelli che soffrono e poi ti guardano negli occhi più ricchi di prima,
...e anche a quelli che "Gianpi ci hai rotto con questi ringraziamenti"

missione...semplicemente stare

Dopo uno sguardo al passato (Marco, è metaforico! Non iniziare a guardarti in giro…), ora un tentativo di guardare in avanti. Come cristiani, o come semplici e folli sognatori, non possiamo smettere di camminare verso i nostri sogni. In particolare come cristiani non possiamo smettere di credere in Lui e nemmeno in noi, come figli capaci di costruire un presente più equo per tutti. Lo dobbiamo a noi stessi e ai nostri figli: credo che il nostro impegno verso un mondo migliore possa essere il regalo migliore che possiamo fare loro. E questo poco cambia se siamo credenti o meno.
In una mattina di pioggia, camminando riparati sotto un lungo porticato, Sara mi confidò: “Un giorno verrò anche io in Africa”, ed io:“Che cosa ti piacerebbe fare?”. Lei, semplicemente, mi disse quello che io ho impiegato tre anni per capire: “Mah…semplicemente stare con loro.”
Vivere lo stare sembra tanto semplice: potrebbe essere sufficiente fermarsi in un luogo, rimanere in una comunità a vivere per un po’ di tempo, andare d’accordo o meno con il vicino e fare magari qualche pranzo insieme. Questo potrebbe essere uno stare che a qualcuno potrebbe bastare: fermarsi–rimanere–andare d’accordo. Ma per chi parte come operatore umanitario (che sia volontariato o meno) ci si fa anche carico della responsabilità di una relazione di aiuto che, come visto prima, significa giocarsi in un rapporto di educazione.
Se partiamo dal significato di educazione come sollecitare la persona ad intraprendere un cammino di libertà (intesa come costante tensione al vero e alla verità di se stessi), allora l’educazione non può essere una pratica di dominio e nemmeno strumento di oppressione. Non un “depositare” la conoscenza da un educatore che sa agli educandi che non sanno. Paulo Freire (pedagogista brasiliano del secolo scorso) evidenzia senza mezzi termini il rischio che si corre nell’impostare una relazione educando-educatore univoca.

“Se l’educatore è colui che sa, se gli educandi sono coloro che non sanno, spetta a lui dare, consegnare, trasmettere il suo sapere a loro. Sapere che non è “esperienza fatta”, ma esperienza narrata o trasmessa.
È normale quindi che in questa educazione “depositaria” gli uomini siano visti come essere destinati ad adattarsi. Quanto più gli educandi diventano abili nel classificare in archivio i depositi consegnati, tanto meno sviluppano la loro coscienza critica, da cui risulterebbe la loro inserzione nel mondo, come soggetti che lo trasformano”
[ Paulo Freire, « la pedagogia degli oppressi »]

Quindi se educare è solamente una fredda trasmissione di conoscenze, non sarà mai a beneficio degli educandi. Il processo educativo, il cui obiettivo è la liberazione dell’educando, deve essere “problematicizzante”.

L’educazione che proponiamo a coloro che veramente si impegnano per la liberazione […] non può essere depositaria di contenuti, ma problematizzante per gli uomini nei loro rapporti col mondo. L’educazione problematizzante, contrariamente a quella depositaria, è intenzionalità, perché risposta a ciò che la coscienza profondamente è, e quindi rifiuta i comunicati e rende essenzialmente vera la comunicazione
.”[ Paulo Freire, « la pedagogia degli oppressi »]

Quella che Freire definisce come “educazione problematizzante” non è solo un aiuto agli educandi nel raggiungere un maggior grado di protagonismo nelle loro vite, ma una crescita comune tra educando e educatore i quali insieme riescono a superare la loro contraddizione necrofila in cui l’educazione depositaria si arena. Educatore ed educandi vivono un atto di conoscenza e coltivano una profetica speranza nelle capacità dell’altro. Non sentendoci unici possessori della conoscenza e sentendo forte la nostra incompletezza in quanto uomini, crediamo nelle potenzialità dell’altro e nell’importanza del cercare di “essere” di più e “in comunione”. Se scegliamo di non credere in questo, ci appiattiamo nello sterile “avere di più”: più sapere, più lavoro, più progetti, più esperienze sul proprio curriculum.
Una volta focalizzato che l’educazione di cui stiamo parlando è quella problematizzante, il secondo punto riguarda gli strumenti che non possiamo fare a meno di scegliere. Parlando di relazione interculturale e di relazione di aiuto, dobbiamo a mio avviso porre molta attenzione alla comunicazione, linguaggio verbale e non verbale.
Dialogare, in una relazione di aiuto, non può non prescindere dall’ascolto attivo: RICONOSCERE LE PROPRIE EMOZIONI per non rimanere imprigionati nelle proprie matrici percettivo-valutative; operare un’indagine variazionale per NON GIUDICARE LA VISIONE DELLA REALTÀ DEGLI ALTRI, ma provare a vederla dal loro punto di vista; cercare di VIVERE I CONFLITTI CON CREATIVITÀ ed umorismo per non far sì che le relazioni si fossilizzino in muri privandoci della ricchezza di una relazione vera e di aiuto reciproco.
Come dire, tre punti facili da seguire, no? Beh, l’importante è avere chiara la meta, la strada che poi seguiamo si traccia ogni giorno, pregando di non perdere la speranza di raggiungere un giorno i nostri sogni.
E’ importante precisare che la comunicazione non è solamente verbale, ma comprende tutto il linguaggio corporeo fatto di gestualità, di toni di voce, atteggiamenti e posture. Va curato anche quest’aspetto non verbale, specialmente quando si è inseriti in un contesto culturalmente diverso dal proprio: come il tempo speso per imparare una lingua nuova ci fa notare che suoni per noi senza senso per l’altro hanno un significato preciso, così diventa chiaro che uno stesso gesto ha per l’altro un significato e un’importanza diversa da quella che noi gli attribuiamo.
Un giorno mi venne fatta un’ osservazione dagli educatori: ogni tanto quando arrivo al centro non li saluto. Tra me e me pensai un po’ scocciato: “Non è vero, li saluto sempre!”; ma ovviamente questa posizione di puntare i piedi avrebbe fatto sentire l’altro incompreso e, siccome dipendente (e oppresso nel momento in cui inserito in una relazione dittatoriale instaurata dal suo datore di lavoro), si adatta alla mia visione accettando che la sua osservazione non sia vera. Epilogo davvero deludente. Certamente mi sono sentito irritato perché incompreso e frainteso, scocciato per aver ricevuto un’osservazione non proprio positiva ...ecco come le emozioni ci fanno capire quando ci avviciniamo ai confini delle nostre cornici… occasione per provare ad allontanarci da noi stessi e vederci dal punto di vista dell’altro… qui in Kenya, come in tante altre culture, il saluto non è tale se non c’è un contatto fisico, una stretta di mano o un abbraccio. Non ha alcun valore per l’educatore l’arrivare ad una riunione e salutare i presenti già seduti solamente con un good morning.
Anche il nostro stile di vita diventa comunicativo e acquista un ruolo importante nella relazione di aiuto. Anche così comunichiamo quanto desideriamo stare con, quanto crediamo nell’altro e nell’importanza del suo cammino di libertà, quanto vediamo nel nostro “vivere al confine” uno strumento per educare ed educarci. Allora stiamo bene attenti a come viviamo, altrimenti le nostre parole sarebbero incoerenti e la nostra prassi vuota, rendendoci falsi e ipocriti.