Domenica, come al solito dopo la S. Messa, mi fermo con i ragazzi per qualche minuto sul sagrato per i saluti (quelli di rito e quelli di piacere).
I ragazzi ne approfittano per divertirsi e, dopo il gioco di cacciarmi le dita sotto le ascelle (che per loro è tanto divertente quanto per me fastidioso), ora sono passati alla conta dei miei capelli bianchi. “Tre!” “No, sono quattro!” “Cinque!” e via proseguendo con la conta.
Ovviamente non vi dico a quanto sono arrivati. Ma tranquillizzatevi, non sono di caduto in una precoce crisi quarantenne, ma ancora una volta mi sono reso conto che sostanzialmente non mi importa poi molto del tempo che passa.
I mean, sono pieno di voglia di vivere e camminare, continuo ancora a inseguire i sogni di una vita senza tener conto che l’età avanza e probabilmente ho già perso qualche treno. Ma chi se ne frega! Lasciamo che i nostri sogni crescano, camminino e maturino insieme a noi, ci indichino la strada accompagnandoci nelle nostre scelte più importanti.
Non perdiamoli per strada, non soffochiamoli negli impegni lavorativi o in faccende che chiunque potrebbe sbrigare. Il proprio sogno è solamente nostro e se noi lo lasciamo nessun altro potrà prenderlo o realizzarlo.
Morale (se ce né una): scrivo oggi di desideri e di sogni perché la mia testa ne è ancora piena zeppa mentre i miei pensieri sono ancora castelli da costruire. Gli anni potranno passare, ma vedremo chi la spunta!
Grazie...
... a quelli che partono con la voglia di stare, a quelli che vivono il Vangelo prima di predicarlo,
a quelli che non smetteranno mai di sognare, a quelli che l'Amore è solo con la maiuscola,
a quelli che si accettano come sono, a quelli che piangono ad ogni partenza,
a quelli che Africa e Gioia si confondono ogni giorno, a quelli che vivono di emozioni,
a quelli che non smettono di camminare, a quelli che non si abbandonano mai,
a quelli che pregano, a quelli che sul piedistallo non ci vogliono stare, a quelli che Dio non è morto,
a quelli che si vive anche senza moda, a quelli che pensano con il cuore,
a quelli che non scelgono per comodità, a quelli che soffrono e poi ti guardano negli occhi più ricchi di prima,
...e anche a quelli che "Gianpi ci hai rotto con questi ringraziamenti"
Pensieri e parole in una serata di fine maggio
Accetto l’invito a cena in parrocchia, effettivamente è da un po’ che non condivido con loro.
Purtroppo tra una cosa e l’altra, tra cui i soliti che arrivano in ritardo, esco da casa con le prime gocce di pioggia che ultimamente mi fa compagnia durante la sera.
Le nuvole sono ancora lontane e non mi preoccupo molto: la parrocchia dista una ventina di minuti a piedi ma dovrei arrivare prima che faccia buio e inizi a piovere sul serio.
Sono più o meno a metà strada quandouna ragazza che sta camminando nella direzione opposta alla mia mi ferma chiedendomi informazioni.
Con il pensiero le rispondo (Scusa, ma ti sembro uno del posto? Cioè, siamo in Kenya, sono un bianco, che cosa mi domandi informazioni?…)
Fortunatamente il suo kiswahili è appena più raffinato del mio e riesco sia a capire che ha sbagliato matatu e deve raggiungere la casa dello zio, sia a risponderle che le mancano tipo quaranta minuti a piedi. La ragazza è vestita bene (e qui si vestono bene o per andare a messa o quando si mettono in viaggio) e sembra davvero spaesata. Sembra inizi a piangere quando mi chiede “E adesso, che cosa posso fare?”
(Pota, siamo in Africa: prendi e cammina) la mia mente inizia a tradurre questo pensiero quando inizia a piovigginare, diciamo, in maniera più consistente. (Ok, effettivamente inizia a piovere, è già buio, che la sua storia sia vera o meno, rimane il fatto che il tragitto non è dei migliori per una ragazza sola). Così tiro fuori trenta scellini e le dico “Ok (cazzarola), aspetta qui il matatu che va verso quella direzione”
Faccio per andarmene quando mi chiede con un tono da paura “Non puoi stare qui e aspettare il matatu con me?”
“(Tutti i casi sfigati me li becco io?) Mmm (abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno)Ok” e giù in quel momento una pioggia torrenziale, veniva giù a secchiate.
Sotto la pioggia e ormai al buoi, si gira e mi chiede “E adesso, che cosa facciamo?”.
“(Pota, prendiamo l’acqua. Che cosa vuoi fare!!) Non ti preoccupare, che tra poco passa un matatu”
Detto fatto… dopo dieci minuti di pioggia, arriva finalmente un matatu. La ragazza mi ringrazia e sale.
Bagnato fradicio, cammino verso la parrocchia. Non sono tanto distante, ma il cammino è sufficientemente lungo per rompermi le infradito, scaricare le batterie della torcia, scivolare in pieno in un fosso. Bella conclusione di serata, non c’è che dire.
Purtroppo tra una cosa e l’altra, tra cui i soliti che arrivano in ritardo, esco da casa con le prime gocce di pioggia che ultimamente mi fa compagnia durante la sera.
Le nuvole sono ancora lontane e non mi preoccupo molto: la parrocchia dista una ventina di minuti a piedi ma dovrei arrivare prima che faccia buio e inizi a piovere sul serio.
Sono più o meno a metà strada quandouna ragazza che sta camminando nella direzione opposta alla mia mi ferma chiedendomi informazioni.
Con il pensiero le rispondo (Scusa, ma ti sembro uno del posto? Cioè, siamo in Kenya, sono un bianco, che cosa mi domandi informazioni?…)
Fortunatamente il suo kiswahili è appena più raffinato del mio e riesco sia a capire che ha sbagliato matatu e deve raggiungere la casa dello zio, sia a risponderle che le mancano tipo quaranta minuti a piedi. La ragazza è vestita bene (e qui si vestono bene o per andare a messa o quando si mettono in viaggio) e sembra davvero spaesata. Sembra inizi a piangere quando mi chiede “E adesso, che cosa posso fare?”
(Pota, siamo in Africa: prendi e cammina) la mia mente inizia a tradurre questo pensiero quando inizia a piovigginare, diciamo, in maniera più consistente. (Ok, effettivamente inizia a piovere, è già buio, che la sua storia sia vera o meno, rimane il fatto che il tragitto non è dei migliori per una ragazza sola). Così tiro fuori trenta scellini e le dico “Ok (cazzarola), aspetta qui il matatu che va verso quella direzione”
Faccio per andarmene quando mi chiede con un tono da paura “Non puoi stare qui e aspettare il matatu con me?”
“(Tutti i casi sfigati me li becco io?) Mmm (abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno)Ok” e giù in quel momento una pioggia torrenziale, veniva giù a secchiate.
Sotto la pioggia e ormai al buoi, si gira e mi chiede “E adesso, che cosa facciamo?”.
“(Pota, prendiamo l’acqua. Che cosa vuoi fare!!) Non ti preoccupare, che tra poco passa un matatu”
Detto fatto… dopo dieci minuti di pioggia, arriva finalmente un matatu. La ragazza mi ringrazia e sale.
Bagnato fradicio, cammino verso la parrocchia. Non sono tanto distante, ma il cammino è sufficientemente lungo per rompermi le infradito, scaricare le batterie della torcia, scivolare in pieno in un fosso. Bella conclusione di serata, non c’è che dire.
1 a 1 e palla al centro!
In questi giorni mi sono sorpreso, scrivendo sms ad amici in Italia, di sentirmi tra disperazione e speranza. Il che vuol dir tutto e niente, immagino. Magari può sembrare anche una frasi d’effetto, ma diciamocelo in faccia: molto non dice se non la confusione di chi scrive.
Mi voglio spiegare, o almeno ci provo.
Settimana scorsa la disperazione
Chiedo ad uno dei nostri educatori di prendere le misure dei vetri da riparare nella casa dei ragazzi, avvertendolo di prenderle con cura in modo da evitare l’errore dell’ultima volta, quando il primo prese le misure in centimetri mentre il secondo andò ad acquistarle pensando che i numeri fossero scritti in pollici. Il risultato fu vedere arrivare dalla città il secondo che a fatica trasportava vetri giganti facendo attenzione a non romperli.
Da qui l’avvertenza di prendere le misure con attenzione. Dopo un’ora di misurazioni e impegno, l’educatore mi porta fiero un foglietto con le misure registrate: 11.5 pollici x 11.2 pollici
Razionalmente e con pazienza cerco di spiegare al nostro educatore (che tra parentesi è uno tra quelli che “ha fatto le scuole alte”) che i pollici non hanno decimali e che, a meno che non si parli di idraulica, è meglio evitare di usarli.
Lui non capisce e non lo nasconde fissandomi con uno sguardo perso nel vuoto. Mi improvvisa una teoria fisica sul senso del .5 e del .2, teoria che cade non appena gli faccio notare che il pollice è diviso in 16 parti uguali e non in 10. Ancora sorpreso per questa scoperta, ride e accetta di usare i centimetri.
Il tutto, ovvero l’acquisto di una decina di vetri da sostituire, ha preso un ora di misurazioni, trenta minuti di spiegazione, un viaggio a vuoto in città ed un secondo per l’acquisto, il mio ritardo ad un incontro e la mia riflessione che “non ce la faranno mai”. Quindi 1 a 0 a sfavore dello sviluppo sostenibile.
Oggi la speranza
Con i ragazzi sono andato in un ospedale qui vicino per un controllo di routine: parametri vitali, esami del sangue e delle feci, radiografia del torace, visita ambulatoriale.
A parte il vedere la spavalderia dei nostri ragazzi trasformarsi in timore e per alcuni anche in paura di fronte ad una siringa ad uno sfigmomanometro, sono stato felicemente accolto dall’efficienza del personale ospedaliero, in particolare quello dedicato agli ambulatori e ai laboratori.
Ognuno sapeva cosa fare e come farlo, manteneva il proprio ambiente di lavoro pulito e in ordine, e faceva rispettare le regole ai pazienti in modo da offrire un servizio migliore.
Beh, vedere tutte queste cose in un solo giorno e nello stesso posto, qui in Kenya, è stato per me veramente sorprendente.
Quindi: 1 a 1 e palla al centro!!
Nota: già che c’ero, ho chiesto parere al medico in merito ad una strana infezione al braccio sinistro. La guarda e fa un’espressione del tipo “Ah però!”, poi mi rassicura dicendo che sono solamente “ring worms”.
Mi voglio spiegare, o almeno ci provo.
Settimana scorsa la disperazione
Chiedo ad uno dei nostri educatori di prendere le misure dei vetri da riparare nella casa dei ragazzi, avvertendolo di prenderle con cura in modo da evitare l’errore dell’ultima volta, quando il primo prese le misure in centimetri mentre il secondo andò ad acquistarle pensando che i numeri fossero scritti in pollici. Il risultato fu vedere arrivare dalla città il secondo che a fatica trasportava vetri giganti facendo attenzione a non romperli.
Da qui l’avvertenza di prendere le misure con attenzione. Dopo un’ora di misurazioni e impegno, l’educatore mi porta fiero un foglietto con le misure registrate: 11.5 pollici x 11.2 pollici
Razionalmente e con pazienza cerco di spiegare al nostro educatore (che tra parentesi è uno tra quelli che “ha fatto le scuole alte”) che i pollici non hanno decimali e che, a meno che non si parli di idraulica, è meglio evitare di usarli.
Lui non capisce e non lo nasconde fissandomi con uno sguardo perso nel vuoto. Mi improvvisa una teoria fisica sul senso del .5 e del .2, teoria che cade non appena gli faccio notare che il pollice è diviso in 16 parti uguali e non in 10. Ancora sorpreso per questa scoperta, ride e accetta di usare i centimetri.
Il tutto, ovvero l’acquisto di una decina di vetri da sostituire, ha preso un ora di misurazioni, trenta minuti di spiegazione, un viaggio a vuoto in città ed un secondo per l’acquisto, il mio ritardo ad un incontro e la mia riflessione che “non ce la faranno mai”. Quindi 1 a 0 a sfavore dello sviluppo sostenibile.
Oggi la speranza
Con i ragazzi sono andato in un ospedale qui vicino per un controllo di routine: parametri vitali, esami del sangue e delle feci, radiografia del torace, visita ambulatoriale.
A parte il vedere la spavalderia dei nostri ragazzi trasformarsi in timore e per alcuni anche in paura di fronte ad una siringa ad uno sfigmomanometro, sono stato felicemente accolto dall’efficienza del personale ospedaliero, in particolare quello dedicato agli ambulatori e ai laboratori.
Ognuno sapeva cosa fare e come farlo, manteneva il proprio ambiente di lavoro pulito e in ordine, e faceva rispettare le regole ai pazienti in modo da offrire un servizio migliore.
Beh, vedere tutte queste cose in un solo giorno e nello stesso posto, qui in Kenya, è stato per me veramente sorprendente.
Quindi: 1 a 1 e palla al centro!!
Nota: già che c’ero, ho chiesto parere al medico in merito ad una strana infezione al braccio sinistro. La guarda e fa un’espressione del tipo “Ah però!”, poi mi rassicura dicendo che sono solamente “ring worms”.
Pillole
P005) Short conversation in the office with Margaret
I: -How old are you?-
Margaret: -I’m nineteen. And you?-
I: -Ah, I’m very old, more than you. I’m thirty-
Margaret: - You look young! But you are very old.-
I: - …
P006) Chiedo a una delle nostre educatrici se anche lei, come gli altri, quest’anno vuole un agenda. Mi risponde che non è sicura e mi farà sapere quando la vorrà.
Io le ricordo che siamo alla fine di marzo… se aspetta ancora un po’…
P007) questa scusate ma non riesco pubblicarla... veramente senza spiegazione logica, ma neanche con la fantasia
P008) Uno dei nostri ragazzi, vedendomi tornare dalla comunione mangiando la particola: - Ma non è di plastica? -
I: -How old are you?-
Margaret: -I’m nineteen. And you?-
I: -Ah, I’m very old, more than you. I’m thirty-
Margaret: - You look young! But you are very old.-
I: - …
P006) Chiedo a una delle nostre educatrici se anche lei, come gli altri, quest’anno vuole un agenda. Mi risponde che non è sicura e mi farà sapere quando la vorrà.
Io le ricordo che siamo alla fine di marzo… se aspetta ancora un po’…
P007) questa scusate ma non riesco pubblicarla... veramente senza spiegazione logica, ma neanche con la fantasia
P008) Uno dei nostri ragazzi, vedendomi tornare dalla comunione mangiando la particola: - Ma non è di plastica? -
Oscar e la dama in rosa
“Oscar e la dama in rosa”
di Eric-Emmanuel Schmitt
Ed. BUR
“- Rifletti, Oscar. A chi ti senti più vicino? A un Dio che non prova niente o a un Dio che soffre?
- A quello che soffre, ovviamente. Ma se fossi lui, se fossi Dio, se, come lui, avessi i mezzi, avrei evitato di soffrire.
- Nessuno può evitare di soffrire. Né Dio né tu. Né i tuoi genitori né io.
- Bene. D’accordo. Ma perché soffrire?
- Per l’appunto. C’è sofferenza e sofferenza. Guarda meglio il suo viso. Osserva. Sembra che soffra?
- No. È curioso. Non sembra che abbia male.
- Ecco. Bisogna distinguere due pene., Oscar, la sofferenza fisica e la sofferenza morale. La sofferenza fisica la si subisce. La sofferenza morale la si sceglie.
- Non capisco.
- Se ti piantano dei chiodi nei polsi o nei piedi, non puoi far altro che avere male. Subisci. Invece, all’idea di morire, non sei obbligato ad avere male. Non sai che cos’è. Dipende dunque da te.”
di Eric-Emmanuel Schmitt
Ed. BUR
“- Rifletti, Oscar. A chi ti senti più vicino? A un Dio che non prova niente o a un Dio che soffre?
- A quello che soffre, ovviamente. Ma se fossi lui, se fossi Dio, se, come lui, avessi i mezzi, avrei evitato di soffrire.
- Nessuno può evitare di soffrire. Né Dio né tu. Né i tuoi genitori né io.
- Bene. D’accordo. Ma perché soffrire?
- Per l’appunto. C’è sofferenza e sofferenza. Guarda meglio il suo viso. Osserva. Sembra che soffra?
- No. È curioso. Non sembra che abbia male.
- Ecco. Bisogna distinguere due pene., Oscar, la sofferenza fisica e la sofferenza morale. La sofferenza fisica la si subisce. La sofferenza morale la si sceglie.
- Non capisco.
- Se ti piantano dei chiodi nei polsi o nei piedi, non puoi far altro che avere male. Subisci. Invece, all’idea di morire, non sei obbligato ad avere male. Non sai che cos’è. Dipende dunque da te.”
Invece questa Africa ...
“…certi giorni faccio davvero fatica a comprenderla, non riesco a trovare un senso nel suo essere e a vedere dove stia andando.
Per esempio guardiamo il quartiere dove siamo inseriti: sorge in una zona periferica di Nakuru fuori dall’anello urbano, sta nascendo e si sta formando seguendo la condizione sociale attuale keniota.
Le case in muratura circondate da alte mura difensive si piazzano senza permesso e impenetrabili ai bordi delle strade del quartiere. Dai loro cancelli in ferro sempre chiusi è difficile intravederne il cortile interno. Come moderna merlatura hanno taglienti bottiglie in vetro opportunamente rotte ed al tuo passaggio non manca l’abbaiare dei cani che fa eco.
Ma come in un ampio respiro, la skyline si apre grazie ad una casa in lamiera o in terra il cui proprietario ha recintato solamente con qualche palo e del filo di ferro. Da queste i bambini ti salutano sempre, anche se passi quattro o cinque volte al giorno. I più coraggiosi ti corrono incontro per godersi un saluto e un abbraccio. I migliori ti lasciano in ricordo sulla maglietta e tra i capelli macchie e appiccicose briciole su cui è meglio non indagare. Ma che gioia nei loro occhi.
E le scuole? Le molte scuole private sono costose e la retta fa da filtro permettendo solo a poche famiglie di mandare i propri figli. L’unica scuola pubblica (si riconosce dal fatto che è l’unica dall’aspetto decadente) è sovrappopolata anche rispetto agli standard africani.
La differenza, anzi la divisione è evidente: famiglie che iniziano ad essere benestanti si chiudono in casa e mandano i propri figli in scuole per pochi, le altre si arrangiano come possono e non tutti i figli vanno a scuola.
E così ti vedi la domenica in parrocchia la chiesa piena di gente ben vestita, che arriva in auto, prega devotamente, e magari ti lascia anche un’offerta per ingrandire o abbellire la chiesa… niente di male, no? Un po’ come nelle nostre parrocchie italiane.
Però questi pochi, che si dicono cristiani, e che stanno bene, continuano a star bene ed ad essere in pochi! Un po’ come nel mondo (e l’Italia non fa certo eccezione) dove i pochi che stanno bene continuano a stare sempre meglio e ad essere sempre più pochi.
Mi chiedo allora come stia crescendo questa società kenyota e che futuro potrà mai avere se, seguendo il modello capitalista occidentale, crea dentro se stessa divisioni economiche oltre a maturare quelle tribali che si porta dietro come valore aggiunto.
E allora mi viene da fare eco a quei pretacci che remano contro corrente, ai missionari etichettati come “comunisti”, agli ambientalisti “sovvertitori”, ai giovani del GIM che si incontrano nella preghiera: non seguiamo chi pretende di sapere ogni cosa perché spesso lui non sa proprio nulla, non perdiamoci nel circondarci di comodità e di futilità che non servono che a isolarci dagli altri e quindi anche da chi ci ama.
Giochiamoci sulle parole del Vangelo!
Ognuno seguendo il proprio essere e nel posto dove si sente chiamato… altrimenti come cavolo lo sistemiamo questo mondo. Certo non è facile, ma per iniziare basta un po’ di cristiana follia. Il resto è tutto un regalo!”
[Dalla relazione trimestrale di servizio volontario]
Un abbraccio a tutti!
Per esempio guardiamo il quartiere dove siamo inseriti: sorge in una zona periferica di Nakuru fuori dall’anello urbano, sta nascendo e si sta formando seguendo la condizione sociale attuale keniota.
Le case in muratura circondate da alte mura difensive si piazzano senza permesso e impenetrabili ai bordi delle strade del quartiere. Dai loro cancelli in ferro sempre chiusi è difficile intravederne il cortile interno. Come moderna merlatura hanno taglienti bottiglie in vetro opportunamente rotte ed al tuo passaggio non manca l’abbaiare dei cani che fa eco.
Ma come in un ampio respiro, la skyline si apre grazie ad una casa in lamiera o in terra il cui proprietario ha recintato solamente con qualche palo e del filo di ferro. Da queste i bambini ti salutano sempre, anche se passi quattro o cinque volte al giorno. I più coraggiosi ti corrono incontro per godersi un saluto e un abbraccio. I migliori ti lasciano in ricordo sulla maglietta e tra i capelli macchie e appiccicose briciole su cui è meglio non indagare. Ma che gioia nei loro occhi.
E le scuole? Le molte scuole private sono costose e la retta fa da filtro permettendo solo a poche famiglie di mandare i propri figli. L’unica scuola pubblica (si riconosce dal fatto che è l’unica dall’aspetto decadente) è sovrappopolata anche rispetto agli standard africani.
La differenza, anzi la divisione è evidente: famiglie che iniziano ad essere benestanti si chiudono in casa e mandano i propri figli in scuole per pochi, le altre si arrangiano come possono e non tutti i figli vanno a scuola.
E così ti vedi la domenica in parrocchia la chiesa piena di gente ben vestita, che arriva in auto, prega devotamente, e magari ti lascia anche un’offerta per ingrandire o abbellire la chiesa… niente di male, no? Un po’ come nelle nostre parrocchie italiane.
Però questi pochi, che si dicono cristiani, e che stanno bene, continuano a star bene ed ad essere in pochi! Un po’ come nel mondo (e l’Italia non fa certo eccezione) dove i pochi che stanno bene continuano a stare sempre meglio e ad essere sempre più pochi.
Mi chiedo allora come stia crescendo questa società kenyota e che futuro potrà mai avere se, seguendo il modello capitalista occidentale, crea dentro se stessa divisioni economiche oltre a maturare quelle tribali che si porta dietro come valore aggiunto.
E allora mi viene da fare eco a quei pretacci che remano contro corrente, ai missionari etichettati come “comunisti”, agli ambientalisti “sovvertitori”, ai giovani del GIM che si incontrano nella preghiera: non seguiamo chi pretende di sapere ogni cosa perché spesso lui non sa proprio nulla, non perdiamoci nel circondarci di comodità e di futilità che non servono che a isolarci dagli altri e quindi anche da chi ci ama.
Giochiamoci sulle parole del Vangelo!
Ognuno seguendo il proprio essere e nel posto dove si sente chiamato… altrimenti come cavolo lo sistemiamo questo mondo. Certo non è facile, ma per iniziare basta un po’ di cristiana follia. Il resto è tutto un regalo!”
[Dalla relazione trimestrale di servizio volontario]
Un abbraccio a tutti!
Gioia piena e solidarieta'
Un forte abbraccio a tutti, e una breve mail per augurarvi una buona Pasqua.
La settimana santa è iniziata per me sabato scorso quando ho tenuto il ritiro per i ragazzi e le ragazze.
Come al solito non ho avuto tempo di preparare nulla e ho improvvisato, ma ovviamente la versione ufficiale è “Non preoccuparti don Luciano, sono preparato, ho molte idee che integrerò con i ragazzi durante la mattinata di ritiro”.
Fortunatamente i ragazzi hanno partecipato molto bene, ognuno con la propria versione/confusione del Vangelo di Pasqua: c’è chi ha detto che “Pasqua è quando Gesù viene tentato nel deserto” o quando “Gesù va all’inferno a incontrare il diavolo e lo distrugge”.
Poco importa.
Ho detto loro, e lo voglio dire anche a voi, che per me Pasqua è NASCERE.
L’uomo non è un contenitore vuoto da riempire con conoscenze e idee attraverso l’educazione. L’uomo è già ricolmo dell’amore di Dio, pieno del progetto che Dio ha per lui e solo per lui. A noi la LIBERTÀ di fregarcene, restare chiusi e in un angolo per non dare troppo fastidio alla società, o scoppiare del Suo amore, aprirci con violenza e METTERCI IN GIOCO per quello che Lui ha scelto per noi.
Il Signore non potrà mai scendere dalla Croce se non Gli diamo spazio in noi, e resterà ancora lì: inchiodato ai polsi e ai piedi, affamato e sanguinante, con una corona di spine alla testa e un soldato che lo prende in giro con dell’aceto…
A tutti voi una felice Pasqua di gioia piena di solidarieta’!
Buona vita a tutti!
Gianpietro
La settimana santa è iniziata per me sabato scorso quando ho tenuto il ritiro per i ragazzi e le ragazze.
Come al solito non ho avuto tempo di preparare nulla e ho improvvisato, ma ovviamente la versione ufficiale è “Non preoccuparti don Luciano, sono preparato, ho molte idee che integrerò con i ragazzi durante la mattinata di ritiro”.
Fortunatamente i ragazzi hanno partecipato molto bene, ognuno con la propria versione/confusione del Vangelo di Pasqua: c’è chi ha detto che “Pasqua è quando Gesù viene tentato nel deserto” o quando “Gesù va all’inferno a incontrare il diavolo e lo distrugge”.
Poco importa.
Ho detto loro, e lo voglio dire anche a voi, che per me Pasqua è NASCERE.
L’uomo non è un contenitore vuoto da riempire con conoscenze e idee attraverso l’educazione. L’uomo è già ricolmo dell’amore di Dio, pieno del progetto che Dio ha per lui e solo per lui. A noi la LIBERTÀ di fregarcene, restare chiusi e in un angolo per non dare troppo fastidio alla società, o scoppiare del Suo amore, aprirci con violenza e METTERCI IN GIOCO per quello che Lui ha scelto per noi.
Il Signore non potrà mai scendere dalla Croce se non Gli diamo spazio in noi, e resterà ancora lì: inchiodato ai polsi e ai piedi, affamato e sanguinante, con una corona di spine alla testa e un soldato che lo prende in giro con dell’aceto…
A tutti voi una felice Pasqua di gioia piena di solidarieta’!
Buona vita a tutti!
Gianpietro
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